CULTURA STORIA

Tra donazioni, testamenti, bolle, placiti e privilegi, il destino di Adria e dei suoi Vescovi Conti

Spadagalgano

L’alto medioevo è un’epoca di grandi mutamenti. Tempo di re e imperatori che tentano di dare un senso alle loro conquiste territoriali. Tempo di famiglie nobili venute dal nord e dall’ovest, ma anche tempo di famiglie che si sono guadagnate gli speroni in loco. La penisola italica non è immune da queste trasformazioni, che stravolgono gli equilibri di tutte le giurisdizioni territoriali allora esistenti. Fortunatamente il territorio della diocesi adriese non viene minimamente intaccato dagli stravolgimenti della potestà secolare. Questo fino a quando non si scontrerà con Venezia.

Le pagine iniziali dell’articolo secondo – Biblioteca comunale di Adria, XX-K-6

Le donazioni dei re franchi, il testamento di Almerico di Toscana e la bolla di Marino II

Fortunatamente, il riconoscimento del circuito delle Diocesi Vescovili, consente agli storici (anche a quelli in erba come noi) di poter verificare l’integrità o meno di un certo territorio. E Adria, come abbiamo detto, è uno di quei distretti che mantiene integra la sua giurisdizione territoriale. L’intera giurisdizione è inclusa nelle famose Donazioni fatte da Pipino il Breve, da Carlomagno e da Lodovico il Pio ai Pontefici. Secondo gli studi condotti da Arnaldo Speroni degli Alvarotti, Vescovo di Adria dal 1766 al 1800, due importanti documenti ci raccontano l’estensione del territorio che vedeva in Adria la sua Capitale. Il primo, risalente all’anno 938, è il testamento di Almerico, marchese di Toscana. Il secondo, del 944, è la bolla del Vescovo Marino II. Gli allegati di entrambi i documenti ci dicono che nel territorio adriese vi erano le isole di Ariano e di Pomposa. E vi erano anche i porti di Loredo (Loreo) e di Goro, con tutte le loro adiacenze fino al mare. E, inoltre, vi erano comprese le altre isole, laghi, selve, canali e terreni tra l’Adige e il Tartaro. Persino il nostro anonimo amico rodighese, nel suo scritto, è costretto ad ammettere che anche Cavarzere rientrava tra i possedimenti dei Vescovi adriesi. E, se non bastasse, completavano i possedimenti il Comitato di Gavello e il Fundum Roda (da cui si pensa tragga origine Rovigo). E, poi, Villa Marziana, Valle Fraxinita, Grignano, Fundum Ponteeli, Mardimacus, Anguillara e altri territori del padovano.

Enrico IV a Canossa

Il privilegio di Enrico IV

A conferma dell’estensione della giurisdizione territoriale di Adria, ci viene in soccorso anche l’imperatore Enrico IV. Un suo privilegio, intestato  all’Abbazia della Vangadizza di Badia Polesine, ci dice che i terreni strappati alle selve e resi fertili, sui quali sorge il monastero, sono territori adriesi. Di conseguenza, i nostri tre amici del 1798, ci dicono che tutto il territorio compreso tra Badia e il mare e lateralmente chiuso dal Po e dall’Adige è territorio adriese. E in questa estensione territoriale cade, necessariamente, anche la rivale Rovigo.

Ricostruzione di palizzata medievale in legno

Le origini di Rovigo, un falso tra le fonti

Ci raccontano, i nostri tre eroi, che le origini di Rovigo sono alquanto discusse. Per questo abbondano i rovighesi scrittori di favole e di bizzarre invenzioni. Il nostro simpatico e anonimo avversario, ad esempio, per non ammettere che la sua città era sottomessa ad Adria, la fa dipendere dal Comitato di Gavello. Per questo cita, a sostegno delle sue tesi, un Placito risalente all’anno 838. Purtroppo, l’incauto non ha fatto i conti con l’avvocato Mutinelli. L’intrepido difensore dei diritti adriesi, smonta la sentenza pezzo per pezzo, a cominciare dalla data di estensione. Mutinelli, infatti, ci fa notare che l’anno undicesimo del pontificato di Gregorio IV, il venticinquesimo dell’impero di Lodovico il Pio e il diciannovesimo del regno di Lotario non coincidono. Insomma, il Placito è un falso. E anche nel testo artefatto, comunque, Rovigo è indicata come una semplice Villa, non certamente come il capoluogo del territorio. E, nonostante il simpatico anonimo si inventi persino una sede vescovile a Gavello (tesi confutata senza pietà dall’avvocato adriese e dai suo soci), lo status di Rovigo non cambia. Altro non è che un cospicuo soggiorno, fornito di castello e di nobile abitazione. Cioè, una residenza fortificata, con una torre in legno, circondata da una palizzata dello stesso materiale. Una delle tante che, in quegli anni, nascono nel territorio. E, come tale, viene donata, nel 954, al Monastero vangadiziense da Franca, vedova di Almerico. Donazione che verrà confermata, nel 1097, dai marchesi Alberto e Azzo degli Estensi.

Soldati Medievali

Un esercito dell’Alto Medioevo

Il falso privilegio del Vescovo Paolo e la fuga di Adalberto

Non sapendo più a che santo rivolgersi, l’ostinato rovighese tira fuori dal cilindro un Privilegio concesso dal papa Giovanni X al Vescovo adriese Paolo. Nel Privilegio, il Vescovo viene autorizzato a costruire un castello a Rovigo e a trasferirvi la sede vescovile. Ma lo stesso anonimo, poi, è costretto ad ammettere che il documento, probabilmente, è un falso, che parla di un genocidio degli adriesi e di una distruzione della Chiesa di Adria mai avvenuti e la cui stesura è stata attribuita a uno pseudo Pontefice, arrestato e deposto nel 928 e, successivamente assassinato, mentre al soglio di Pietro salivano i papi Leone VI (maggio 928) e Stefano VII (dicembre 928).

Di quel periodo parla anche lo storico ferrarese Riccobaldo, che, nella sua Storia Imperiale, racconta della sconfitta di Adalberto, figlio di Berengario II, rammentandoci le navi degli adriesi, leggerissime sopra ogni meraviglia. E su queste navi, Adalberto riuscì a fuggire, raggiungendo il padre a Ravenna.

Assedio Di Urbanovi

Un assedio medievale

La decadenza dei Vescovi Conti

Dicono i nostri tre eroi che una città ben provvista di risorse, di navi, di abitanti e di territori ha sicuramente i mezzi e le forze sufficienti per conservare i propri domini. Persino il conte rodigino Silvestri è stato costretto ad affermare che Adria, molto ricca e potente, desta la gelosia dei suoi confinanti. E intorno ad Adria, nel frattempo, si sviluppano giganti come gli Estensi e Venezia. I primi si appropriano, senza colpo ferire, dei territori di Ariano, Pomposa, Goro, Papozze e Villanova Marchesana. I loro rapporti con i Vescovi Conti adriesi, però, rimangono sempre improntati al rispetto. Tant’è che il Vescovo adriese mantiene a Ferrara un suo Vicario, con tanto di Curia e Tribunale permanente. E il Vescovo mantiene inalterati su quei territori i diritti diocesani e l’integrità della Chiesa.

Loreo

Loreo

Le guerre contro Venezia

I Veneziani, invece, si appropriano del porto di Loreo e dei terreni del loredano. Gli adriesi muovono da Adria per incontrare il nemico e tornare in possesso dei territori loro sottratti. L’esito, purtroppo, non corrisponde al coraggio. I Veneziani respingono l’esercito adriese. E’ il Doge Ottone Orseolo in persona che li guida e questo la dice lunga sul rispetto di cui la città di Adria e i suoi armati godono. Il trattato di pace del 1017 si conclude con la cessione a Venezia dei territori di Loreo, con la promessa solenne, da parte del Vescovo adriese, di non muovere guerra a Venezia e di non attuare ritorsioni nei confronti dei loredani omnibus diebus vita mea, cioè fino alla morte del prelato. Dopo un secolo e mezzo, infatti, gli adriesi tentano di recuperare i possedimenti perduti, muovendo ancora guerra a Loreo e a Venezia. Anche questo secondo assalto ha un esito infausto, ma senza conseguenze pesanti per Adria.

La decadenza vera e propria del primato dei Vescovi Conti inizia con la trasformazione del sistema sociale altomedioevale da piccoli domini in principati. Anche il territorio adriese, dunque, viene smembrato e i suoi diversi possedimenti divisi tra i vari principi. Adria, politicamente, perde il confronto con la nuova struttura sociale. La sua Chiesa, però, mantiene intatta la sua giurisdizione diocesana, integra ancora ai tempi dei nostri tre amici del passato.

La prossima puntata, il dominio degli Estensi

Enrico Naccari

Autore: Enrico Naccari

Nato ad Adria nel 1961, ha lavorato in Italia e all’estero. È appassionato di storia e di gastronomia.

Tra donazioni, testamenti, bolle, placiti e privilegi, il destino di Adria e dei suoi Vescovi Conti ultima modifica: 2019-02-08T10:30:52+02:00 da Enrico Naccari

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