PERSONAGGI STORIA

Mi chiamo Giacinto e ho combattuto nel nome d’Italia. Parte terza.

Gianicolo

Arrivano notizie inquiete dalla Penisola. La libertà è repressa nel sangue, da nord a sud. La Repubblica è isolata. Non può contare sui Piemontesi, sconfitti a Novara. Non può contare sui Veneziani, assediati nella loro città. E neppure sull’aiuto dell’autoproclamata Repubblica Toscana, invasa dagli sgherri del Generale d’Aspre. Siamo soli, con le nostre poche forze. Ma abbiamo il cuore saldo e siamo decisi a non cedere. Mi chiamo Giacinto e ho combattuto nel nome d’Italia. E questa, dunque, è la mia storia.

Battaglia Di Novara soldati piemontesi e austriaci in combattimento
Battaglia di Novara 23 marzo 1849 – foto Metal detector hobby

Mi chiamo Giacinto. L’invasione austriaca.

Gli sgherri austriaci, come avvoltoi, sono piombati sull’Emilia e sulle Marche. Non contenti, perciò, de tirarghe el colo a Veneti, Furlan e Lombardi, devono rimarcare la loro influenza sull’Italia centrale. In città, comunque, siamo di buon umore. Con la solita banda di amici, finiti i turni di guardia e il servizio ai pezzi d’artiglieria, se va a morosa. Ogni tanto, però, mi prende la nostalgia e mi siedo sulle rive del grande fiume. C’è un posto che mi piace particolarmente. Ci sono delle rovine, che qui chiamano il Portico di Ottavia. C’è il ghetto degli ebrei. Povera gente, che ha patito le pene dell’inferno, sotto il papa. Per questo son ben contenti di darci una mano, per quello che possono. E alcuni, dei più giovani, sono in linea con i nostri soldati. Hanno, addirittura, chiesto ai rabbini dispensa, in caso ci fosse da combattere nel giorno di shabbat.

Mi chiamo Giacinto Facciata e campanile della basilica della Tomba di Adria
Adria – Basilica di S.Maria Assunta detta della Tomba – foto Water museum of Venice

La mi Adria.

Quando il cuore mi pesa di più, me ne vado al ghetto. Mi siedo e osservo il fiume che scorre. Il pensiero, inevitabilmente, corre a casa, a’la mi Adria. Penso alle mie povere cose. Penso a’la mi botega. Mi sono accordato con un cugino perché, insieme al mio aiutante, Nane, la mandino avanti. Ma mi manca la routine, fatta di spiriti, essenze, erbe ed elisir. E mi mancano i miei viaggi, in cerca di vini e liquori. Avevo in mente di far affari in Sicilia, importando Marsala. Ora non è tempo di affari, ma di guerra. Che è sempre un affare. Ma non per noi, povera zente. E, poi, c’è il pensiero della mia Rosa. Cerco, disperatamente, di relegarlo al di là dei miei affanni giornalieri. Ma, ogni tanto, mi ghermisce il cuore e me lo strazia. Ho scritto a Nane, perché non le manchino mai i fiori sulla tomba.

Mi chiamo Giacinto Soldati Francesi Del Contingente Del Generale Oudinot
Soldati francesi del contingente del Generale Odinot, Roma 1849 – foto Pinterest

Arrivano i francesi.

Un contingente di 7.000 francesi è sbarcato a Civitavecchia. Qualcuno sperava che fossero corsi qui, in aiuto della Repubblica. Ma le loro intenzioni si son chiarite subito. Sono uccelli di rapina, ‘Sta zentassa l’è rivà qua par spartirse i nostri resti, prima ancora de ‘verne copà. Stamattina ero si servizio alla linea pezzi. È passato il Generale. Garibaldi si è fermato con noi a fumare un sigaro. Ci ha detto di tenerci pronti, perché tira una brutta aria. Si è rivolto a me, per chiedermi da dove vengo. Gli ho detto: Generale sono di Adria. un posto di gente tranquilla, semplice. Attaccata al lavoro e alla famiglia. E siamo anche duri come il cuoio e guai a pestarci i calli. Mi ha chiesto se non ho paura di morire. Ma mi a son de Adria e no’ moro gnanca sa i me massa!

Mi chiamo Giacinto Porta San Pancrazio Foto Roma Sparita
Roma 1849 – Porta San Pancrazio dopo i cannoneggiamenti francesi – foto Roma sparita

Mi chiamo Giacinto. Guerra!

Il 30 aprile i francesi hanno attaccato. I nostri pezzi hanno il compito di coprire la linea difensiva tra Porta Portese e Porta San Pancrazio. In 5.000, i francesi hanno tentato di sfondare tra Porta Cavalleggeri e Porta Angelica. Ma i soldati del Colonnello Masi li hanno accolti a cannonate e a fucilate. La nostra Guardia Nazionale li ha pestati per benino. Poi è arrivato il nostro turno. Anche una parte di artiglieri è stata chiamata per il contrassalto e non mi sono tirato indietro. Siamo usciti da Porta San Pancrazio, con in testa il battaglione Universitario Romano. Abbiamo colto il nemico alle spalle e sul fianco destro. Gli uffiziali hanno ordinato: Carica! Ho scaricato il fucile sul francese più vicino e, poi, via addosso al secondo, a colpi di baionetta. Fuggono a gambe levate e lasciano a terra 500 morti e, in mano nostra, più di 300 prigionieri.

Mi chiamo Giacinto Battaglia Di Palestrina Foto Corriere Del Mezzogiorno
Battaglia di Palestrina, 9 maggio 1849 – foto Corriere del Mezzogiorno

Mi chiamo Giacinto. L’attacco del re di Napoli.

I francesi ci chiedono tregua. Garibaldi avrebbe voluto inseguirli e schiacciarli. Ma i triumviri lo hanno fermato. Abbiamo seppellito i morti, i nostri e i loro, con la medesima pietà. Gli austriaci occupano sempre l’Emilia Romagna e le Marche e attendono. I francesi si leccano le ferite e aspettano i rinforzi che hanno già chiesto. Il re di Napoli pensa di poter vendere la pelle dell’orso, prima di averlo ucciso. Così, invade la Repubblica da sud. L’orso, però, è vivo e vegeto. L’avanguardia napoletana ci casca dritta tra le braccia a Palestrina. Noi, amorosamente, la stringiamo a tenaglia e la strapazziamo un bel po’. Che bel 9 maggio, a vederli scappare a gambe levate e tornarsene a Napoli con le pive nel sacco. Noi, intanto, rientriamo a Roma. Incontro gli amici di Ancona. Luigi, il bocia, ha rimediato una carezza da una palla napoletana. Niente di grave.

Qui termina la terza parte del racconto di Giacinto, così come lo narra, da sempre, la famiglia Naccari

Enrico Naccari

Autore: Enrico Naccari

Nato ad Adria nel 1961, ha lavorato in Italia e all’estero. È appassionato di storia e di gastronomia.
Mi chiamo Giacinto e ho combattuto nel nome d’Italia. Parte terza. ultima modifica: 2019-09-25T08:00:10+02:00 da Enrico Naccari

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